Letture di agosto (pt. 2)

Agosto è stato un mese di ferie, di lunghe giornate al mare e di letture matte e disperatissime.

Questa è la seconda parte del diario di lettura. La prima è qui.

La valle dell’Eden

Lo dicevo parlando di Furore: Steinbeck è uno scrittore immenso. Dopo aver letto La valle dell’Eden, però, mi sono detta che l’aggettivo immenso è riduttivo.

La valle dell’Eden è uno di quei libri che ti sconvolgono, che ti entrano dentro, che non ti lasciano più.

È un libro che racconta la vita in tutte le sue sfaccettature, e che fa provare emozioni di ogni tipo: rabbia, gioia, disperazione, tenerezza, delusione, speranza – e chi più ne ha più ne metta.

Ed è un libro popolato da personaggi così belli e reali e vivi e umani che non puoi fare a meno di chiederti: ma davvero un uomo può scrivere qualcosa del genere?

Non voglio dire altro, solo che penso che chiunque ami i libri dovrebbe leggerlo almeno una volta nella vita.

Patria

Non esistono libri che mettono d’accordo tutti.

Patria, per dire, è uno di quei libri che hanno messo d’accordo quasi tutti: apprezzato dalla critica, amato da molti lettori. E che a me non è piaciuto.

È la storia di due famiglie che vivono in un paesino basco: la famiglia del Txato e di Bittori e la famiglia di Joxiane e Miren. Due famiglie spezzate dall’ETA.

Perché non mi è piaciuto Patria? Perché l’ho trovato inutilmente lungo, estremamente sentimentale, e un po’ troppo retorico. E perché, in definitiva, non ho apprezzato il modo in cui Aramburu ha deciso di raccontare una storia che avrebbe potuto prendermi molto di più.

Il giardino dei mostri

Qualche mese fa, avevo letto il primo romanzo di Lorenza Pieri, Isole minori, che mi era piaciuto tantissimo. Così quando è uscito Il giardino dei mostri l’ho subito messo in wishlist e non l’ho lasciato lì a prendere polvere troppo a lungo.

Se con Isole minori, Lorenza Pieri ci aveva trascinati sull’isola del Giglio, con Il giardino dei mostri ci catapulta nel cuore della Maremma.

Il giardino dei mostri è un romanzo di formazione, il romanzo di formazione di Annamaria. Ma è anche tanto altro.

Si legge d’un fiato, e alla fine viene voglia di prendere un aereo, un treno o di mettersi in macchina per andare a farsi un giro nel Giardino dei Tarocchi dell’artista, Niki de Saint Phalle.

La donna della domenica

Se dovessi riassumere La donna della domenica in un solo aggettivo, sceglierei delizioso.

Ma un solo aggettivo non basterebbe, e quindi aggiungerei: divertente, colto, raffinato, avvincente, arguto.

Etichettato come giallo, anzi come capostipite del giallo all’italiana, il romanzo di Fruttero e Lucentini è molto di più. Certo, c’è un mistero da risolvere: chi ha ucciso l’architetto Garrone? Mistero che, poi, raddoppia, perché si consuma anche un secondo omicidio.

Eppure, mentre leggevo e seguivo le indagini del commissario Santamaria e compagni, mi interessava relativamente far luce sugli omicidi, scoprire l’identità dell’assassino.

Dopo pochissime pagine, sono stata catapultata in una Torino che non esiste più, una Torino che ho frequentato e che conosco bene: mi sono persa tra i suoi corsi, i suoi controviali, i suoi caffè, le bancarelle del Balùn. E ho spesso pensato che mi piacerebbe tanto essere amica del Campi – e un po’ anche di Anna Carla.

Per i cinefili, esiste anche il film: regia di Comencini, con Marcello Mastroianni nei panni del commissario Santamaria e con Jean-Louis Trintignant e Jacqueline Bisset in quelli di Massimo Campi e di Anna Carla Dosio. Ma – udite udite! – come sempre, il libro è meglio.

Dieci piccoli indiani

Io, che leggo pochissimi gialli – per il semplice fatto che, essendo troppo poco intelligente, non capisco mai chi è l’assassino – ho finalmente deciso di fare la conoscenza di Agatha Christie. E da dove potevo cominciare se non da Dieci piccoli indiani?

Ho passato un pomeriggio piacevole a Nigger Island, in compagnia di quei personaggi che, pagina dopo pagina, facevano una brutta fine. E ovviamente non avevo capito chi fosse U.N.Owen, ovvero il colpevole.

Forse anche perché i miei pochi neuroni, dopo poche pagine, sono stati dirottati su un altro mistero, ovvero: perché nel titolo ci sono dieci piccoli indiani ma per tutto il romanzo, nella filastrocca, ci sono dieci piccoli negretti?

Dunque ho indagato. E ho scoperto la curiosa vicenda del titolo: pubblicato nel Regno Unito con il titolo Ten Little Niggers, diventa And Then There Were None negli USA, per questioni di politically correct.

Il titolo si ispira a una filastocca / canzoncina americana, di tale Septimus Winner, intitolata in principio Ten Little Niggers e poi diventata – pure lei – Ten Little Indians.

E fino a qui tutto bene, tranne il fatto che il mio cervello è andato in tilt per l’incongruenza perché, come dicevo, nel titolo ci sono gli indiani e nel libro – almeno nell’edizione che ho letto io – ci sono i negretti. Insomma, io capisco tutto, capisco la necessità di trasformare i negretti in indiani e però, se i negretti diventano indiani nel titolo, devono diventare indiani anche nella filastrocca. O no?

To be continued

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