Letture di agosto (pt. 1)

Ad agosto ho letto veramente tanto, forse troppo.

Ragion per cui, per evitare di scrivere un post che nemmeno l’Ulisse di Joyce, il diario di lettura, questo mese, arriva in due o tre puntate. In rigoroso ordine cronologico.

Fosca

Confesso la mia ignoranza: non avevo mai sentito parlare né di Fosca né del suo autore, Ugo Iginio Tarchetti, finché non mi sono imbattuta in un video di FranzD che mi ha incuriosita al punto da spingermi a comprare il libro.

È una storia tragica che mescola amore e malattia, passioni divoranti e follia. Ed è la trasposizione letteraria di una storia vera, vissuta in prima persona dall’autore. Mentre leggevo questo romanzo, uno dei più significativi della Scapigliatura, continuavo a chiedermi: come mai non ha ispirato un’opera lirica? E poi ho scoperto che ha ispirato un film: Passione d’amore di Ettore Scola.

Occhio: è un classico italiano del 1869, scritto in una lingua che a tratti può risultare respingente. Ma, secondo me, vale la pena di fare un piccolo sforzo e leggerlo.

Padri e figli

Ho sempre fatto una certa fatica con i romanzi russi e infatti ne ho letti pochi. E non perché spesso sono mattoni di millemila pagine, quello per me non è un problema – soprattutto se posso leggerli sul Kobo. I romanzi russi mi sono sempre risultati ostici perché conosco poco e niente della cultura russa e perché non riesco a stare dietro ai nomi dei personaggi che sono minimo tre, ma poi c’è sempre anche un diminutivo. Forse, ho pensato per tantissimo tempo, per leggere i romanzi russi, bisogna essere intelligenti – o almeno più intelligenti di quanto non sia io. Poi, nella mia vita, è arrivato Padri e Figli, e tutto è cambiato.

Ero alla ricerca di qualche classico per l’estate, di qualche classico che avesse una caratteristica in particolare, e cioè che non superasse le 400 pagine. Perché mi serviva qualcosa di maneggevole da portare in spiaggia. Tra gli altri, ho scelto proprio Padri e figli perché non avevo mai letto niente di Turgenev, perché volevo riprovarci con un romanzo russo, perché volevo leggere qualcosa che fosse stato tradotto da Paolo Nori.

Padri e figli è un capolavoro, e si capisce già a metà della prima pagina. E nonostante qualche polemichetta, la traduzione di Nori mi è sembrata godibilissima.

Dopo averlo finito, ho deciso che voglio leggere – e anche in fretta – altro di Turgenev. E mi è anche passata la paura dei romanzi russi.

Benevolenza cosmica

Avete presente la sigla dei Simpson? La scena in cui Bart scrive una frase alla lavagna? Bene. Dovrei farlo anch’io. E la frase sarebbe: non devi più leggere i libri “del momento”. Tra l’altro, è una cosa che so, almeno razionalmente, ma ogni tanto ci casco. E poi me ne pento.

A fregarmi, stavolta, è stato Benevolenza cosmica.

In altri tempi, lo avrei abbandonato dopo una ventina di pagine. Ma ho voluto finirlo, per tigna. E per poter dire, con cognizione di causa, perché non mi è piaciuto.

Mi è sembrato un romanzo senza capo né coda, con un’idea di partenza debole, con una trama confusa, troppo ricca di cose buttate lì un po’ a caso. I personaggi non sono interessanti, non hanno appeal, sembrano quasi trasparenti, e appena hai chiuso il libro te li sei già dimenticati – tutti, dal primo all’ultimo. La scrittura è un filo pretenziosa – tanto più che non è che nel libro ci siano questi grandi e alti contenuti, eh.

Ma la cosa che mi ha urtata oltre ogni dire è stata l’ambientazione londinese. Ora, a me sta benissimo che uno scrittore italiano decida di ambientare un romanzo altrove, all’estero, a Londra o anche a Timbuctù. Ma deve farlo per una ragione, non perché è trendy. E se lo fa, comunque, mi aspetto che quel posto nel quale ha deciso di ambientare il suo romanzo, un minimo lo conosca. Invece mi è sembrato che l’autore, Fabio Bacà, Londra non la conoscesse proprio – e se la conosce non è riuscito a raccontarla. La sua Londra somiglia ai suoi personaggi, anche lei non ha appeal, sembra trasparente. Tanto che basterebbe cambiare il nome di qualche strada e il romanzo potrebbe tranquillamente essere ambientato a Berlino, a Madrid, a Bordeaux o a Vattelappesca.

E poi, santo Cielo, c’è un passaggio in cui il protagonista rimbrotta la moglie dicendole qualcosa del tipo: Perché tu e l’analista non vi date più del lei? Perché ora vi date del tu? Ebbene, nella lingua inglese contemporanea, quella che si parla a Londra e nel resto del mondo anglofono, non esistono il tu e il lei.

L’incubo di Hill House

Sarò sempre grata a Shirley Jackson (e a chi me l’ha fatta conoscere) perché è grazie a uno dei suoi libri che ho superato un lunghissimo blocco del lettore durato un paio d’anni. Quel libro era Abbiamo sempre vissuto nel castello: una meraviglia. Da quel momento, Shirley Jackson è diventata un’autrice di cui ho deciso di leggere più o meno tutto, col tempo.

È stato abbastanza naturale scegliere di continuare con L’incubo di Hill House. Che dire? Pensavo fosse un capolavoro invece è solo un bel libro. Che è già tanto, intendiamoci.

Etichettato, forse un po’ troppo frettolosamente, come romanzo gotico, L’incubo di Hill House parte proprio da alcuni topoi del genere: un gruppo di persone rinchiuse – per quanto volontariamente – dentro una casa stregata. Ma se proprio ci teniamo a catalogare – e io ne farei volentieri a meno – questo non è un romanzo gotico, ma un romanzo fantastico (fantastico per come lo intendeva Todorov).

Shirley Jackson scrive da dio, e infatti le bastano poche righe per portarti nel suo mondo, un mondo che definirei semplicemente perturbante.

A differenza di Abbiamo sempre vissuto nel castello, però, mi è sembrato che L’incubo di Hill House ci metta un po’ a ingranare e che i personaggi, per quanto interessanti e affascinanti, non siano all’altezza di quelle due meraviglie che sono Merricat e Constance. Però, ehi, ce ne fossero di libri come questo.

Fun fact: a un certo punto, anzi in un paio di punti, di fa riferimento a una tempesta di pietre abbattutasi su una casa, evento di cui è stata spettatrice (o scatenatrice?) Eleanor – il personaggio più inquietante del libro. Eleanor ha una sorella che si chiama Carrie. E se avete letto l’omonimo libro di Stephen King, capirete perché è un fun fact. Del resto, mi pare di aver letto da qualche parte che King considera Shirley Jackson la sua maestra.

Il parco dei cervi

Il parco dei cervi  è uno di quei libri dimenticati che andrebbero riscoperti. Ne ho parlato in maniera un po’ più approfondita qui.

To be continued

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *