Il parco dei cervi

Ci sono libri e libri

Ci sono i libri del momento, quelli che per un periodo – spesso breve – dominano le classifiche, monopolizzano il feed di Instagram, torreggiano nelle vetrine e sugli scaffali delle librerie, e compaiono in spiaggia o sul treno, perché qualcuno li sta leggendo. Sono quelli di cui, di solito, dopo qualche mese non si ricorda più nessuno.

Ci sono i classiconi – e sappiamo tutti cos’è un classicone.

Poi ci sono gli evergreen, libri che hanno ormai un’età, che non sono ancora diventati classici, ma che continuano – spesso giustamente, a volte incomprensibilmente – a spopolare.

E infine ci sono i dimenticati. Sono libri che magari, un tempo, hanno avuto un certo successo, di critica o di pubblico o di entrambe le cose, ma che per varie ragioni sono finiti nell’oblio – e a volte, anche fuori catalogo.

Il parco dei cervi

Il parco dei cervi di Norman Mailer rientra proprio in questa categoria: quella dei libri dimenticati da riscoprire. Categoria che, lasciatemelo dire, spesso riserva bellissime sorprese.

Questo libro è stato nella mia wishlist per anni. Ed è finito nella mia wishlist forse perché una volta lo aveva citato Bret Easton Ellis in un’intervista, o perché era stato citato in qualche recensione di qualche libro di Bret Easton Ellis.

Infatti ero convinta che leggendolo avrei pensato per tutto il tempo a Meno di zero. E invece no. È successa un’altra cosa: ho pensato per tutto il tempo che devo assolutamente rileggere Il grande Gatsby, ma anche che devo leggere Il giorno della locusta.

Insomma, mi ero creata delle aspettative sul Parco dei cervi – sulla base del nulla, lo ammetto – che sono state completamente disattese. Eppure questo non ha minimamente pesato sul piacere che ho provato leggendolo.

That’s Hollywood

Siamo a Hollywood, anzi a Desert d’Or, cittadina ai margini di Los Angeles e buon retiro di starlette, attori, registi e produttori. E siamo negli anni del secondo dopoguerra, in pieno maccartismo – e nel pieno delle indagini della Commissione per le attività antiamericane.

In questo libro Mailer ci racconta, anzi ci dipinge, la Hollywood di quell’epoca, con le sue luci e soprattutto con le sue ombre. Anche se, in fin dei conti, mi sembra che Hollywood sia poco più che un pretesto: è la cornice, è il set, e contribuisce a rendere ancora più stridente il contrasto tra l’apparenza e la realtà.

Più che un romanzo su Hollywood, infatti, Il parco dei cervi è un romanzo sulle illusioni perdute, o sulla disillusione.

È un romanzo dove non succede niente – o quasi. Ed è tutto meno che un page-turner: la trama è scarna, l’intreccio quasi inesistente, e non ti interessa l’epilogo, lo capisci subito che non ci sarà un lieto fine da fiaba, né un colpo di scena che ti lascerà a bocca aperta.

C’è un ex pilota dell’Air Force che vuole lasciarsi alle spalle il passato e reinventarsi scrittore, c’è un regista caduto in disgrazia perché accusato di simpatie comunista, c’è un protettore che ha fatto qualche sgarro di troppo e ha paura che una notte o l’altra qualcuno entrerà in casa sua per farlo fuori, c’è una ballerina di terza categoria che più che nei panni di una moglie rispettabile si vede in quelli di prostituta, c’è un’attrice in ascesa disposta a farsi imporre fidanzati e probabilmente anche mariti per una copertina e una scrittura in più.

Sono personaggi ai quali non puoi affezionarti, con i quali non puoi empatizzare, e che anzi un po’ ti disturbano: sono cinici, meschini, senza scrupoli, senza morale – insomma, sono umani, troppo umani.

Non stai lì a fare il tifo per loro ma pensi che, bene che vada, qualcuno sarà abbastanza furbo o fortunato da riconquistare un briciolo di successo o di rispettabilità, per quanto di facciata.

Dicevo che Il parco dei cervi è uno di quei romanzi dimenticati che andrebbero recuperati.

Purtroppo l’unica edizione in commercio, quella di Dalai editore, è piena di refusi e la traduzione ha dei momenti imbarazzanti (tipo quando nei dialoghi si passa allegramente dal lei al voi).

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